Articolo pubblicato il 3 maggio 2010.
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Eyjafjallajokull… i potenti mezzi del copia-incolla ci permettono di riportare il nome del vulcano islandese che nel mese di aprile ha invaso i cieli europei con la sua nube eruttiva.
La diagnosi degli esperti, relativa alla salute del sistema economico aeroportuale europeo, vede impegnati in prima linea i segretari generali delle principali associazioni di compagnie aeree, Aea e Iata. Il “paziente” ha subito una forte emorragia di denaro dovuta, principalmente, al blocco dei voli causato dalla nube e all’incremento dei servizi accessori riservati ai passeggeri bloccati negli aeroporti. Il risparmio sui costi dei carburanti non è sufficiente a tamponare le perdite. In un articolo di Giuseppe Sarcina, pubblicato sul Corriere della Sera il 19 aprile, si legge che secondo Ulrich Schulte-Strathaus, segretario generale della Aea, le perdite delle compagnie aeree europee ammontano a circa 100 milioni di euro al giorno. La Iata, considerando le stime su scala mondiale, annuncia danni economici per 150 milioni di euro giornalieri.
Restringendo il campo ai cieli italiani, Alitalia avrebbe perso dai cinque ai dieci milioni di euro al giorno.
La nube prodotta dal vulcano islandese ha avvolto anche i conti del settore agroalimentare italiano. Il fermo dei voli ha causato perdite di denaro al commercio di prodotti made in Italy: fragole, mozzarelle, fiori e vini, in particolare. Coldiretti ha stimato un danno di circa 10 milioni di euro in una sola settimana.
In Italia, le Ferrovie dello Stato hanno visto un netto incremento di viaggiatori riversatisi dagli aerei ai treni, a fronte, però, di maggiori esborsi dovuti al pagamento degli straordinari di molti dipendenti, resi necessari dall’intensificazione dei viaggi.
Allo stesso modo il settore del turismo nazionale, pur lamentando perdite pari a circa 10 milioni di euro al giorno (100 milioni in Europa), è stato riguardato da un incremento dei soggiorni obbligati dei passeggeri rimasti negli aeroporti.
L’unico bilancio realmente positivo è quello riguardante la salute dell’ambiente che ha visto migliorare, anche se per un breve periodo, i propri “problemi respiratori”: i voli aerei cancellati hanno permesso un risparmio di svariate tonnellate di CO2, nettamente superiori a quelle immesse in atmosfera dal vulcano (in Europa 344.109 tonnellate al giorno di CO2 sono liberate in atmosfera dall’industria aeronautica, contro le 150mila tonnellate rilasciate dal vulcano).
I viaggi di lavoro sono stati sostituiti dalle videoconferenze, triplicatesi in poche ore. Ne è entusiasta il vicepresidente di Cisco Telepresence Technology Group, Fredrik Halvorsen: “La recente eruzione vulcanica in Islanda (…) ha evidenziato ancora una volta l’importanza della business continuity e di una tecnologia che garantisca la piena attività lavorativa a tutte le persone, indipendentemente da dove si trovino…”
Non ce ne vogliano le compagnie aeree, ma perché non tentare di fare di necessità virtù?
Paola Uberti per Geco Termia s.r.l.
Fonti:
- Corriere della Sera
- ecoblog.it
- informationisbeautiful.net
- Il Sole 24 Ore