Articolo pubblicato il 20 ottobre 2009.
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Dai dati che riporteremo in quest’articolo, sembrerebbe che la morale “preventiva” insita nella storia di Noè e della sua Arca non abbia lasciato traccia nella coscienza dell’uomo contemporaneo.
Un maschio e una femmina di ogni specie animale esistente al modo salvati dalle acque del Diluvio per garantire la perpetrazione della vita sulla Terra, a fronte di un’imminente catastrofe causata dall’empietà dell’uomo: un esempio di come ogni elemento che costituisce il regno animale sia fondamentale ai fini della conservazione degli equilibri biologici del pianeta. Lo stesso vale per le specie vegetali. Animali e vegetali sono alla base della catena alimentare nella quale è coinvolto l’uomo che, all’ormai prossima fine dell’anno 2009 si trova a fare i conti con il rischio di una nuova catastrofe, questa volta auto confezionata: la perdita della biodiversità, cioè della varietà naturale delle specie esistenti sulla Terra. Nel caso particolare, la biodiversità agroalimentare coinvolge le varietà vegetali e animali coltivate o allevate, riservate alla nutrizione dell’uomo.
Secondo uno studio condotto dall’Università canadese McGill, pubblicato dalla FAO, in cento anni l’umanità ha perso il 75% del proprio patrimonio alimentare.
Le società non affamate basano la propria alimentazione su soli quattro tipi di colture (mais, riso, soia e grano), dimostrando di aver perso il rapporto con la specificità territoriale che è alla base della diversificazione e della varietà. Fa riflettere un dato paradossale pubblicato da Slow Food in una notizia del 28 settembre 2009: la disponibilità di denaro non corrisponde alla varietà di cibi a disposizione; da una parte le società ricche si cibano di una quantità ridotta di alimenti, dall’altra una piccola popolazione indigena thailandese fonda il proprio sostentamento su 387 specie alimentari, tra le quali sessantadue frutti diversi.
Anche l’integrità alimentare delle popolazioni indigene è a rischio a causa della progressiva riduzione di coltivazioni autoctone, in favore di monocolture. Fa ben sperare, però, un’iniziativa della popolazione Inuit dell’isola di Baffin che ha reintegrato nella propria dieta varietà progressivamente abbandonate in favore dei cibi conservati. AAM Terranuova informa che oggi la quantità di calorie assunte da questa popolazione, attraverso cibi tradizionali, è stata incrementata del 10% rispetto a dieci anni fa.
La tutela delle specie alimentari vegetali e animali è di fondamentale importanza per l’economia globale, per il sostegno dei paesi in via di sviluppo e per la salute dell’uomo.
Le ragioni dell’estinzione di specie destinate all’alimentazione umana sono diverse: cambiamenti climatici, deforestazione, politiche economiche che hanno portato gli agricoltori ad abbandonare le varietà tradizionalmente coltivate in favore di specie più redditizie, coinvolte nel mercato globale della nutrizione e dei biocarburanti o perché il cibo industriale ha sopperito quello autoprodotto.
Secondo la FAO, le risorse agroalimentari sono direttamente legate alla disponibilità di cibo, ma rappresentano anche una chiave di volta nei processi di evoluzione, sviluppo e adeguamento dell’agricoltura e dell’allevamento alla crescita della popolazione mondiale e, conseguentemente, della richiesta di cibo, rappresentando un patrimonio di materiale genetico dal quale partire per favorire i suddetti processi.
Oltre al rischio di mancata evoluzione agroalimentare, il depauperamento della biodiversità può provocare l’impossibilità di accumulare scorte alimentari: le specie animali e vegetali rischiano di perdere la propria capacità evolutiva che permette l’adattamento ai cambiamenti ambientali e climatici in atto, all’insorgenza di nuove malattie, all’evoluzione spontanea d’insetti nocivi…
Il mantenimento dei valori etici e della sostenibilità in questi processi di conservazione della biodiversità è un punto cruciale sul quale la FAO insiste, sostenendo che la salvaguardia delle varietà agricole è nelle mani di grandi e piccoli coltivatori che hanno la responsabilità di conservare il patrimonio fitogenetico mondiale.
A causare la decimazione di piante e animali, secondo gli esperti, è stata le Rivoluzione Verde: l’incremento esponenziale della produttività agricola avvenuto tra il 1960 e il 1990. Questo processo ha visto un radicale mutamento delle pratiche agricole in molte aree geografiche, tra le quali America Latina e Asia.
Governi di paesi ricchi o in via di sviluppo hanno concentrato gli sforzi economici investendo in ricerche agricole destinate a coltivazioni e allevamenti di specie più performanti sotto il profilo produttivo.
Le tradizionali pratiche sono state abbandonate, i prodotti chimici come fertilizzanti e pesticidi si sono evoluti e il loro utilizzo è stato intensificato.
Ancora la FAO ci informa che, in un primo momento, la Rivoluzione Verde ha dato buoni frutti poiché all’aumentare della domanda mondiale di cibo, corrispondeva la disponibilità dello stesso, a fronte della stabilità dei prezzi.
Sin dai primi anni 90 del secolo scorso, però, sono emersi i lati negativi dei radicali cambiamenti nel settore agricolo: abbandono di colture e allevamenti di specie autoctone, tipiche e specifiche, inquinamento e compromissione della salute umana e ambientale causato dall’utilizzo massiccio di sostanze chimiche, impoverimento delle risorse idriche a fronte di una richiesta d’acqua per irrigazioni aumentata in maniera esponenziale, esclusione dal circuito economico di coltivatori e allevatori che non avevano le risorse economiche per adeguarsi alla Rivoluzione Verde e che sono rimasti affamati e poveri.
Proprio su quest’ultimo aspetto si concentra l’attenzione della FAO: favorire la produzione di risorse alimentari in quantità sufficiente a soddisfare il fabbisogno mondiale attraverso agricoltura e allevamento conservativi, in maniera ecologicamente, eticamente ed economicamente sostenibile, senza tagliare fuori nessuno.
Gli obiettivi del Trattato Internazionale delle Risorse Fitogenetiche, ratificato da più di 100 paesi nel mondo, sono “la conservazione e l’uso sostenibile delle risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura e una condivisione giusta ed equa dei benefici che ne derivano, in armonia con la Convenzione sulla Biodiversità per un’agricoltura sostenibile e per la sicurezza alimentare”.
Un rapporto voluto dal Governo Francese, illustrato durante la Giornata Mondiale della Biodiversità, indetta dall’ONU (22 maggio 2009), ha stimato i costi che l’economia globale dovrebbe sostenere a causa dell’annientamento della biodiversità.
Solamente la scomparsa delle api (che sembra scongiurata) e di altri insetti impollinatori, provocando il ricorso a sistemi alternativi, destinati a permettere la riproduzione di numerose specie vegetali, costerebbe al mondo 150 miliardi di euro l’anno.
Se il depauperamento della biodiversità continuasse con i ritmi attuali, entro il 2050 dovranno essere sborsati 14 mila miliardi di euro, pari al 7% del prodotto interno lordo mondiale.
Slowfood si dimostra sensibile all’argomento, sentendo la responsabilità che nasce dall’essere un’associazione legata a cibo e alimentazione. Tale consapevolezza ha portato a un’evoluzione di questa istituzione che parla di cibo “buono, pulito e giusto”. Come afferma Carlo Pertini (fondatore), in un’intervista di Simona Picco, questa evoluzione ha significato il passaggio ideologico da associazione enogastronomica ad associazione ecogastronomica: “ Avevamo davanti la perdita di un patrimonio immenso e la gastronomia non poteva limitarsi a un esercizio ludico e autoreferenziale”.
Tornando all’inizio di quest’articolo e al tema dell’Arca di Noè, è doveroso sottolineare che l’umanità, responsabile di un nuovo “diluvio” ecologico e economico, si è dotata di una moderna Arca: la Global Seed Vault, la banca mondiale dei semi, destinata a conservare, al riparo dal pericolo dell’estinzione, il patrimonio genetico di migliaia di specie vegetali (fino a 4,5 milioni di campioni per un totale di due miliardi di semi). Voluta e finanziata dal governo norvegese, la Global Seed Vault, costruita all’interno di una montagna ghiacciata vicino al villaggio di Longyearbyen, nelle isole Svalbard (mille chilometri a nord delle coste norvegesi) è “una garanzia a livello mondiale per affrontare le sfide future” come afferma Jacques Diouf, Direttore Generale della FAO.
La banca mondiale dei semi dovrà assicurare all’umanità la conservazione di una risorsa vitale e imprescindibile perché, come dice ancora Diouf “le sementi sono veicoli di vita”.
Impareremo mai a prevenire i disastri, piuttosto che correre poi ai ripari?
Paola Uberti per Geco Termia s.r.l.